Aids, chi beve alcolici sospende i farmaci

Circa la metà dei pazienti affetti da Aids in terapia antiretrovirale salta l’assunzione dei farmaci ogni volta che beve alcolici. Un incauto comportamento che potrebbe portare a maggiori carichi virali.

Lo studio, pubblicato sul ‘Journal of General Internal Medicine‘, ha seguito per un anno quasi 200 persone con Hiv in terapia antiretrovirali che beveva alcolici. Ben il 51 per cento del campione smetteva di prendere le medicine mentre beveva.

Una mancanza che, a detta degli scienziati della Università del Connecticut, potrebbe essere dovuta a dimenticanza, oppure a una diffusa ma errata, convinzione che mescolare alcol e farmaci anti-Hiv possa produrre effetti tossici. «I danni causati dalla mancanza dei farmaci superano di gran lunga i danni causati dalla miscelazione dei due, se la persona non ha una malattia al fegato», ha detto Seth Kalichman, fra gli autori dello studio.

I farmaci antiretrovirali sopprimere infatti l’azione del virus Hiv e i pazienti devono prendere i farmaci continuamente per evitare che il virus aumenti la sua presenza. Kalichman e colleghi hanno esaminato 178 pazienti: quelli che saltavano l’assunzione di farmaci mentre bevevano avevano anche maggiori probabilità di far registrare livelli più elevati di Hiv e un minor numero di cellule CD4, che rappresentano una misura di salute del sistema immunitario.

Breve storia dei fuorionda

Il fuori onda che poteva avere più conseguenze sulle nostre vite è finito in bocca ad Obama: “dopo la rielezione ci sarà più flessibilità”, dichiarò a Medvedev il 26 marzo 2012 durante un summit nientemeno che sulla sicurezza nucleare. Ma nel clima post-wikileaks ed estenuato dal bunga a bunga in Italia questa rivelazione non ha avuto eco. I primi esempi se li inventò negli anni novanta “Striscia la notizia”, ma il fatto che con Emilio Fede fossero subito diventati un format li destituiva di ogni fondamento giornalistico relegandoli al tormentone autoprodotto. L’autenticità della registrazione clandestina garantita dall’inconsapevolezza del rivelatore è infatti un imprescindibile marchio di fabbrica. Ne era garantita senza dubbio la fortuita registrazione che segnò a destra la fine dell’unanimismo berlusconiano il 6 novembre del 2009.

Gianfranco Fini ad un convegno su Borsellino fu captato mentre si rivolgeva ad un procuratore parlando di mafia e Spatuzza. E questo che era già uno dei peggiori incubi del cavaliere deflagrò quando l’opinione del Delfino che tutti sospettavano venne alla luce: “confonde la leadership con la monarchia assoluta…. poi in privato gli ho detto… ricordati che gli hanno tagliato la testa”. Qualche mese dopo accadde il contrario e il leader di Fli non riuscì neanche a sfruttare politicamente il suo martirio.

Forse l’esempio recente più corposo, ma la sua collocazione nel genere è ancora dibattuta, è stato quella del deputato Francesco Barbato che, per gli Intoccabili di Gianluigi Nuzzi, trasformò la captazione audio-video in un vero e proprio reportage sull’indegnità della classe politica, assumendo a inconsapevole protagonista l’eletto all’estero Antonio Razzi. Ma siamo già a dicembre 2011 quando l’argomento “casta” è di dominio più che pubblico e la clip di Barbato aggiungeva solo qualche luce ad una zona già in penombra. Infatti la seconda caratteristica fondamentale è che il fuori onda riveli l’inedito perché si muove in quello spazio grigio tra verità e comunicazione in cui l’interlocutore dice in privato quello che non direbbe mai in pubblico. Zona ampiamente sfruttata da Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita, che in un sospetto video rinnegato della scorsa primavera minacciò “se parlo salta il centrosinistra”, come se ce ne fosse stato bisogno.

Il fuori onda su Internet

Il fuori onda è nell’era di internet piccone privilegiato per abbattere tramezzi tra consenso e rappresentanza, tra cittadino e potere. Una forma, a volte epica a volte subdola, di democrazia quasi diretta. “Grillo é un istintivo, lo conosco bene, non sarebbe mai stato in grado di pianificare una cosa del genere. I politici, Bersani, non lo capiscono. Non hanno capito che c’è una mente freddissima molto acculturata, molto intelligente dietro».

Questa definizione firmata dal protogrillino Favia, che si attaglia a qualsiasi grande vecchio di fattura complottista, apre una diserzione profonda nel ribellismo internettiano. “Da noi la democrazia non esiste… Casaleggio è il padre padrone del movimento” è perciò destinata a diventare una bomba a mano democratica finita nelle maniche degli eroi.

Imparare a programmare: i linguaggi di programmazione più diffusi ed usati

Tra le lingue che bisognerà assolutamente conoscere nel futuro non ci sono solo l’Inglese, il Cinese e il Russo. A questa lista vanno aggiunte anche JavaScript, Python, Ruby e Html5, i più popolari linguaggi di programmazione della Rete (Html5 in realtà è un linguaggio di marcatura, detto anche markup), quelli che ci permettono di visualizzare questa pagina in questo momento.

Il codice è poesia

Il motto di WordPress è «Code is poetry» («Il codice è poesia») e non è un caso: il codice è una vera e propria lingua, con la sua grammatica, le sue sfumature e – se vogliamo – anche la sua ironia. Ogni programmatore affina il proprio stile e trasferisce in esso la sua personalità, il suo modo di ragionare, tramite funzioni, stringhe, variabili e commenti lasciati qua e là nelle pagine.

Imparare il codice significa avere immediatamente a disposizione gli strumenti per realizzare un’idea, sia essa un’applicazione per iPhone, un gioco o il proprio sito personale. Possiamo affermare che la conoscenza dei linguaggi di programmazione sarà parte integrante dell’alfabetizzazione del prossimo futuro, per cui diventerà una discriminante fondamentale nel mondo del lavoro (oltre che per la propria cultura personale).

Per tutti coloro che vogliono cimentarsi nell’apprendimento dei più popolari linguaggi di programmazione ci sono un paio di piattaforme da tenere in considerazione Codeacademy e ThreeHouse due siti che offrono lezioni gratuite e semplicissime da seguire, con metodi didattici che riescono a far avvicinare chiunque sappia fare 2+2 al linguaggio in cui è scritta la Rete. Io stessa mi sono messa alla prova e – pur non essendo mai stata una cima in matematica – ho completato il corso di introduzione a JavaScript su Codeacademy in meno di un’ora.

I linguaggi di programmazione più utilizzati

Acquisire competenze può aumentare notevolmente le possibilità di trovare un lavoro (soprattutto di questi tempi) e forse vale la pena fare un tentativo e mettersi in gioco imparando qualcosa di nuovo, anche se sembra apparentemente distante da noi. E avvicinarsi ai linguaggi di programmazione potrebbe essere un buon punto di partenza.

In questi paragrafi cercheremo di dare un chiaro punto di vista sui vari linguaggi oggi utilizzati nel mondo del lavoro.

Java

javaOgni anno si riconferma primo nelle classifiche dei linguaggi di programmazione più usati al mondo. Viene creato nel 1995 alla Sun Microsystem, oggi Oracle, ed è un linguaggio con tipizzazione forte che deve la sua sintassi al C ed al C++. È particolarmente orientato agli oggetti ed è multipiattaforma, caratteristica che ne fece la sua fortuna in un tempo in cui bisognava avere un compilatore creato ad hoc per il proprio processore.

Attualmente è molto utilizzato per programmi multi-piattaforma, web app e soprattutto nella programmazione di app e giochi per smartphone, poiché Android si basa molto su Java.

C e C++

Il primo linguaggio di alto livello creato. Il C è il capostipite di tutti i linguaggi esistenti oggi. Nato nel 1972 grazie a Dennis Ritchie, Brian Kernighan e Ken Thompson, è un linguaggio molto sicuro ed è ancora utilizzato nella realizzazione di software che girano a velocità molto elevate.

Ma il C ha dato il via anche ad un “erede”. All’inizio degli anni Ottanta fu creato il C++ (letto plus plus), che oggi ha raggiunto una diffusione pari al suo progenitore. Oltre al suddetto sono stati create altre variazioni, tutte orientate agli oggetti: Objective C e C#.

Python

pythonIl “pitone” è un linguaggio di programmazione che sta diventando sempre più utilizzato nel mondo informatico. È un linguaggio snello, veloce ed adattissimo per i principianti, ma non lasciatevi ingannare: Google, YouTube, Facebook, Instagram e Pinterest fanno un uso estensivo di questo linguaggio per le loro web app.

Python fu creato nel 1991 da Guido von Rossum, e si presenta oggi come un linguaggio multi-paradigma che supporta sia la programmazione ad oggetti che quella strutturale e funzionale.

La sua semplicità risiede nel fatto che non possiede una tipizzazione forte per cui risulta molto snello da leggere anche all’occhio umano, evitando blocchi inutili di codici indecifrabili.

Intervista esclusiva a Mazinga Z

“Sono nato nel 1972 da un’idea che il mio creatore Go Nagai ebbe mentre era fermo nel traffico”. Inizia così il racconto dei suoi quant’anni Mazinga Z, robot giapponese che diventò famoso in Italia nel 1980 quando Rai Due, all’epoca Rete Due, iniziò a trasmetterne la serie animata. “Mio padre cercava di immaginarsi cosa sarebbe potuto accadere se dalla sua automobile fossero usciti dei grandi arti in modo da poter scavalcare gli altri mezzi ed arrivò la scintilla”. L’intuizione del geniale fumettista piacque subito alla Toei Animation e così prese vita il primo anime giapponese in ordine cronologico del genere Super Robot.

Eppure il suo pilota Koji non entra nella sua testa con un’automobile ma con un jet chiamato “Aliante Slittante”.
Ci fu molta discussione su come dovesse avvenire l’integrazione tra me e lui. La macchina fu quasi subito scartata in favore di una motocicletta che però ricordava molto la serie Kamen Drive che allora andava per la maggiore. Alle fine si scelse il jet per essere originali e dare un’idea di modernità.

Modernità che si scontrò da subito con la realtà della cronaca. La partenza del suo progetto inciampò in uno sciopero degli animatori della Toei.
È vero. Infatti i primi quindici episodi della mia serie furono realizzati da diversi studi di Tokyo. Questo mi causò dei piccoli danni d’immagine: il mio aspetto e la mia colorazione presentarono infatti varie differenze da una puntata all’altra.

Ci ricorda brevemente la sua storia?
Sono stato costruito dal professor Juzo Kabuto e lasciato in eredità al nipote Koji per cercare di fermare gli attacchi del Dottor Inferno.

Di chi?
Uno scienziato tedesco che nel 1962 aveva partecipato con Kabuto ed altri colleghi a una spedizione archeologica nell’isola greca di Bardos alla scoperta dei resti della civiltà micenea. Ritrovarono casualmente l’esercito di mostri meccanici costruiti da loro e questo fece impazzire il Dottor Inferno che uccise tutti i colleghi per tenere per sé questo potere e sottomettere il mondo. Il professore fu l’unico che riuscì a scappare.

Non per molto. Fu raggiunto in Giappone ed ucciso dai soldati di Inferno.
Non prima di avermi completato ed affidato a Koji però. Allora era solo uno studente di liceo di sedici anni.

Ci sono voluti due anni per vincere la vostra guerra. Poi cosa successe?
Koji andò negli Stati Uniti per svolgere alcune ricerche alla Nasa lasciando la difesa della Terra al Grande Mazinga, costruito da suo padre e pilotato da Tetsuya. Il suo periodo di studi, però , non durò molto. Venne richiamato dal dottor Procton per indagare su alcuni avvistamenti di Ufo e finì a guidare un nuovo robot, Goldrake, contro le forze di Vega.

La sua è stata una vita dura ma le soddisfazioni non sono mancate.
Certo. In Spagna, a Màs del Plata nei pressi di Tarragona, c’è una grande statua in mio onore e la mia serie animata ha avuto ben novantadue episodi.

In Italia però se ne sono visti solo cinquantuno.
Nel vostro paese c’è stata parecchia confusione su di me. La scelta di non trasmettere la serie completa, per esempio, vi ha impedito di apprezzare la continuità narrativa tra me e Il Grande Mazinga, introdotto durante le mie puntate finali.

Tutto qui?
No. Koji è stato inspiegabilmente ribattezzato due volte. Si chiamava Ryo nella mia serie ed Alcor in Goldrake, che sarebbe dovuto essere l’ultimo capitolo della trilogia e che invece fu trasmesso per primo nel 1978. Effettivamente in molti hanno creduto che si trattasse di cartoni animati diversi.

Sono stati tutti accolti da un grande successo però.
Nonostante i critici di allora l’accusarono di essere troppo violento. Non serbo alcun rancore per questo. La cultura giapponese e quella italiana sono molto diverse. Da noi la violenza e il sesso sono demonizzate attraverso il loro racconto fin dall’infanzia. Da voi si sono taciute per molto tempo.

Dopo 40 anni il suo bilancio è positivo. Ha salvato la Terra.
Beh sì, qualcuno doveva pur farlo.